OTTO PUNTI DI CLASSE PER L’OTTO MARZO – #3 LA DONNA NON È UN SERVIZIO PUBBLICO DELLO STATO BORGHESE

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Il lavoro femminile ha doppie catene, ma solo per le proletarie.

Invano la donna lavoratrice passa le giornate da mattina a sera pulendo casa, lavando e stirando i vestiti, consumando energie per sistemare la biancheria rovinata, ammazzandosi per preparare con i suoi scarsi mezzi il miglior pasto possibile, poiché, quando finirà il giorno, non rimarrà alcun risultato materiale di tutto il suo lavoro giornaliero; con le sue mani infaticabili non avrà creato durante il giorno nulla che possa essere considerato merce nel mercato commerciale.

(A. Kollontaj Il Comunismo e la famiglia, 1921)

Spesso si sente dire da più parti che è necessario liberare “tutte le donne”, che vi sono problemi che le tutte le donne condividono. Mentre tutte le donne condividono un destino biologico, il problema dello sfruttamento non viene in realtà vissuto dalle donne borghesi né dal punto di vista del lavoro esterno, né da quello del lavoro domestico, per cui viene impiegata manodopera sfruttata a basso costo.

Quindi no, non dobbiamo rivolgerci a tutte le donne, ma solo a quelle sfruttate, in casa o fuori, solo a quelle che non sfruttano il lavoro altrui per il proprio sostentamento. In altre parole, nella lotta per la liberazione effettiva di tutta l’umanità non si può prescindere dalla classe. Una vera lotta femminista non può che sovvertire l’ordine sociale e quindi, di conseguenza, l’ordine economico da cui deriva questa società oppressiva.

Le donne proletarie  stanno pagando il prezzo più alto delle politiche riformiste degli ultimi 30 anni su più piani paralleli, mentre su quello del lavoro aumentano precarietà, disoccupazione e si riducono i salari, le riforme allo stato sociale domicilia obbligano a colpi di legge gli anziani ad essere accuditi a casa, riducendo l’assistenza pubblica domiciliare e le strutture pubbliche a favore di finanziamenti ai privati, riducono gli orari degli asili pubblici e tagliano le mense scolastiche. In questo modo lo stato borghese scarica i costi del lavoro di cura sulle famiglie ed in particolare sulle donne meno abbienti le quali non hanno i mezzi economici per pagare servizi o strutture private.

Un esempio? La “tutela e valorizzazione delle persone anziane”, Legge Regionale 5 del 1994 e la “promozione della cittadinanza sociale” Legge Regionale 2 del 2003 (in Emilia-Romagna) che sanciscono che il luogo deputato alla cura degli anziani e delle persone non autosufficienti è la casa. La presa in carico dell’ammalato da parte della famiglia e della società si è trasformato in uno scaricamento economico e di responsabilità da parte dello Stato sulle spalle delle famiglie e quindi principalmente delle donne.

Lo stesso avviene per gli asili. Le strutture sono insufficienti e non soddisfano la domanda sul territorio, e ancora, gli orari non soddisfano le esigenze delle donne che lavorano, almeno delle operaie il cui orario di lavoro è stato dilatato sempre più dalle leggi europee e nazionali sul lavoro in nome di un sempre maggiore profitto per le aziende.

Si è scaricato parte del servizio nuovamente sulla famiglia proletaria in quanto la famiglia borghese può permettersi di lavorare meno ore, o una babysitter, o semplicemente un asilo privato con orari più idonei.

Un altro problema è rappresentato dalle rette, troppo alte per una famiglia operaia, quando una retta rappresenta la metà di un salario a conti fatti si va a lavorare quasi gratis, a molte donne conviene economicamente starsene a casa, con buona pace dell’asilo come diritto di tutti i bambini in quanto ambito di sviluppo psicopedagogico e socializzazione e con buona pace anche dell’indipendenza e libertà delle donne che ancora una volta vengono usate come strumenti di riproduzione e principale soggetto sociale di educazione e crescita della prole.

COSA VOGLIAMO:

  • Effettiva tutela della maternità. La tutela della maternità va estesa a tutte le donne che lavorano (e anche in questo caso) è di fondamentale importanza l’effettiva cancellazione di qualsiasi forma di lavoro precario, che non offre tutela alle madri. È necessario inoltre creare una rete di sostegno anche in seguito alla maternità, con servizi statali in supporto alla madre e alla famiglia del nascituro.
  • Nazionalizzazione dei servizi legati alla cura di anziani e bambini (aumento delle strutture di degenza e cura per anziani, disabili…). La cura di bambini, anziani e disabili non deve essere di esclusiva responsabilità della famiglia (e quindi spesso delle donne). Occorre inoltre eliminare totalmente i finanziamenti pubblici a enti privati e confessionali che operano in questi settori, privilegiando l’ampliamento e la costruzione di un programma di welfare pubblico e di una rete di strutture statali deputate all’assistenza gratuita di bambini, anziani e malati.
  • Tutela e ampliamento della legge 104 sotto attacco. La legge 104, quella che garantisce i permessi per l’assistenza a famigliari disabili, deve essere ampliata ed estesa a tutte le tipologie di lavoro, e deve essere garantita la più ampia flessibilità al lavoratore o alla lavoratrice con famigliari non autosufficienti a carico. Attualmente la 104 è oggetto di pesanti attacchi dal padronato che, complice il solito silenzio delle burocrazie sindacali, tenta di svuotarla dall’interno come tante altre conquiste sociali. Un esempio? L’ipotesi di accordo sul CCNL dei metalmeccanici votata dalla triade sindacale prevede che “il lavoratore presenti un piano di programmazione mensile degli stessi con un anticipo di 10 giorni rispetto al mese di fruizione”. Un ulteriore beffa e danno alle famiglie proletarie.
  • Ampliamento dell’offerta scolastica (tempo pieno, mense statali e gratuite). La scuola deve essere pubblica, laica e gratuita. Non un euro deve essere elargito a scuole confessionali e private di alcun genere. Le donne lavoratrici hanno bisogno per i propri figli di scuole attrezzate, moderne e funzionali, possibilmente che non crollino sotto deboli scosse di terremoto e che garantiscano orari in grado di coprire il fabbisogno delle lavoratrici, con mense statali gratuite e per tutti, con cibi sani e di qualità. Devono essere inoltre gratuitamente accessibili i servizi di accompagnamento e doposcuola attualmente in mano a cooperative.
  • Socializzazione del lavoro domestico. Si tratta di una rivendicazione importante, senza la quale la schiavitù domestica delle donne non potrà mai essere abbattuta. Non si potrà mai parlare di libertà e parità se il lavoro domestico della donna non viene socializzato e reso produttivo nel quadro di un nuovo sistema economico, dove non esisterà più alcuna forma di sfruttamento. Per far questo è necessaria una rivoluzione anticapitalista, che abbatta lo sfruttamento e la divisione in classi della società. In una società in cui i lavoratori e le lavoratrici hanno la proprietà dei mezzi di produzione, il lavoro domestico sarà un lavoro che potrà essere esternalizzato, come adesso solo le donne borghesi possono permettersi di fare. In un quadro di un carico di lavoro minore per tutti, data la sua eguale distribuzione, con salari adeguati, il tempo per la vita personale e gli affetti e tornerà ad essere centrale.

#8M #nonunadimeno #lottomarzo #lottaproletaria #lavoro #autodeterminazione #sciopero

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