Le donne proletarie tra acido e abbattimento del patriarcato

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di Volodia

È notizia di ieri l’ennesima donna sfregiata con l’acido. Questa volta a Rimini.

In Emilia Romagna nel 2016 ci sono stati undici femminicidi e quattro tentati femminicidi, il doppio rispetto all’anno precedente.

A Corinto, dove predicava San Paolo, il campione di tutti i misogini e l’avvocato difensore di tutti i crimini sessisti, molte delle statue antiche del sito archeologico hanno la testa mozzata. I cristiani volevano estirpare la credenza che la sede dell’intelligenza e dell’anima fosse appunto nella testa. Si sa, l’ignoranza cristiana della fisiologia si propagherà come un virus per i secoli a venire (e perdura ancora).

In molte chiese e basiliche bizantine i successivi conquistatori ottomani prendevano a picconate gli occhi degli affreschi più o meno per motivi analoghi.

Quando un’affermazione, un’idea, un concetto disturba la cultura dominante, ossia la cultura della classe dominante, la si cancella, la si deturpa. Lo stesso si fa con le persone che incarnano quell’idea.

Quando una donna cessa di essere oggetto e si rivendica come soggetto affermando la propria volontà si fa più o meno la stessa cosa. Perché con l’acido? È una scelta deliberata, ponderata e premeditata, che richiede un’organizzazione non indifferente. Si sfregia per rendere un oggetto inservibile ai futuri utilizzatori. Con intento punitivo certo, per colpire una persona nel suo rapporto con gli altri che si esprime anche e in prima battuta con l’aspetto esteriore. Ma soprattutto per sradicare quella rivendicazione concettualmente in contrasto con la cultura dominante, quel “sei mia” che, detto in una canzone o in un impeto di rabbia, sottende comunque lo stesso concetto: l’amore è un rapporto di proprietà che si vive con un oggetto. Il problema sorge quando l’oggetto vuole smettere di essere tale. Per una donna, rivendicare la propria volontà e autonomia è, nel 2017, un atto rivoluzionario contrario al sentire comune.

Il messaggio dell’acido è questo: sei un oggetto che mi appartiene e che non voglio venga usato da altri. Essendo un oggetto non hai facoltà di scegliere diversamente. Tutto ciò che vedo intorno a me conferma in me fin dall’infanzia questa tua natura di strumento che serve al soddisfacimento dei miei bisogni e di cui posso disporre.

Il femminicidio è un fenomeno che riguarda tutte le classi sociali, non fa distinzione di età, provenienza, titolo di studio. Ma noi, da marxisti, sappiamo che è figlio della cultura imposta dalla classe dominante per mantenere i rapporti economici di sfruttamento all’interno della società. Sappiamo che questa morale ha radici nei rapporti di subordinazione che regolano la guerra tra classi.

Le ricette per contrastare questa carneficina quotidiana non sono certo quelle del femminismo borghese. Non è possibile pensare di abbattere un albero iniziando a strapparne le foglie. Lotta alla mercificazione del corpo femminile? Senz’altro. Più soldi ai centri antiviolenza? Certo. Ma se vogliamo abbattere l’albero del maschilismo patriarcale dobbiamo abbattere i rapporti economici a cui esso è funzionale. Parlare di “liberazione di tutte le donne” senza parlare di classe è ridicolo. Non dobbiamo liberare nessuno, dobbiamo agire nelle lotte proletarie in senso rivoluzionario, marxista e anticapitalista, affinché siano le donne a liberare se stesse. Solo le donne proletarie possono liberare tutte le donne. Solo la classe sfruttata può abbattere lo sfruttamento. Senza l’abbattimento del capitalismo, l’abbattimento del patriarcato è impossibile. A chi chiediamo di abbattere il patriarcato? Alle donne borghesi? A Emma Marcegaglia? Marx dice che il proletariato, liberando se stesso, libera l’intera umanità. Qualsiasi altro approccio significa inseguire il femminismo borghese su un terreno sterile.

#femminismo #femminicidi #patriarcato #lottadiclasse

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