Il rottamatore rottamato

renzino

Breve analisi sulla vittoria del NO referendario e possibili scenari futuri.

È necessario sottolineare alcune cose utili, a mio parere, a tracciare percorsi della sinistra di lotta da qui ai prossimi mesi a seguito della caduta del Governo Renzi.

Il primo dato da analizzare è l’affluenza alle urne: quasi il 70% è andato a votare. Percentuale altissima per un referendum.

Il NO vince con una percentuale del 60% contro il 40% di SÌ. Un dato politico di vittoria inequivocabile.
Ma chi è stato a votare contro Renzi? I dati statistici al vaglio degli esperti dicono che i giovani tra i 18 ei 35 anni hanno votato per il 32% il SI e il 68% per il NO. Le persone tra i 35 e i 54 anni di età hanno votato per il 37% SÌ e 63% NO. Vince il SÌ soltanto tra la popolazione over 54 con 51% di SÌ contro il 49% di NO.

Il dato in analisi ci dice che i giovani hanno spedito a casa Renzi. Il giovane rampollo della finanza che voleva rottamare le vecchie dirigenze politiche del capitalismo italiano è stato rottamato dai giovani delle classi oppresse. Un dato che politicamente lancia un segnale anche per le prossime elezioni nazionali, perché il M5S prende il suo bacino di voti, in larga parte, anche tra i giovani.

Un secondo dato importante che dobbiamo analizzare è che non cade un governo qualsiasi della borghesia. Cade una delle sue espressioni più organiche. Cade il governo della “balena bianca 2.0”, che aveva inglobato, lui sì, “un’accozzaglia”: dalla Confindustria agli ex militanti del PCI, dalla magistratura agli ambienti imprenditoriali della malavita, gruppi politici di Forza Italia e altri reduci dalla stagione dell’antiberlusconismo. Un partito che rappresentava un riferimento per l’attuazione delle politiche volute dalla Confindustria. Quest’ultima ora si trova dinanzi uno scenario politico instabile e “sola”, senza un partito che le possa garantire una stabilità delle politiche di ricrescita del saggio di profitto.

Un partito, inoltre, che ha legami organicicon la burocrazia sindacale. La storia recente – ma pure quella passata – dimostra che i governi di centro sinistra sono i migliori per i padroni, perché riescono a paralizzare la mobilitazione dei lavoratori. Il governo Renzi ha in qualche modo confermato questa analisi, anche se con delle differenze rispetto al rapporto tra ceto politico e sindacato (lo scontro continuo tra il vecchio PCI, ossia il PD, e i dirigenti sindacali non era mai stato così forte e netto).

Ora il governo è caduto. Il legame, quindi, traburocrazia sindacale e Partito-Stato è in qualche modo interrotto e questi legami potrebbero addirittura spezzarsi sotto i colpi della resa dei conti interna al Partito Democratico.

Non è, ad ogni modo, prevedibile come questo produrrà uno stravolgimento tra le stesse burocrazie sindacali. Fatto sta che il gancio traino si è spezzato. Le burocrazie ora dovranno ricollocarsi ed è improbabile possano riuscirvi col Movimento 5 Stelle, il cui progetto politico è quello di cancellare il sindacato in quanto tale. È, inoltre, un partito che non ha storicamente legami con questo settore, perché il suo asse di costruzione si colloca nella piccola e media impresa.

Un terzo dato, altrettanto rilevante, è la possibile esplosione del Partito Democratico. Tale partito si è frantumato al suo interno in maniera netta grazie al corso renziano. Le correnti interne, impegnate in una guerra per compartimenti stagni, resteranno all’interno dello stesso partito? E in che rapporti di relazione? I dalemiani cosa faranno? Ciò che potrebbe verificarsi è la marginalizzazione progressiva del PD, com’è stato per Forza Italia o, in alternativa, una enorme epurazione dei renziani dal suo interno. La dinamica dei prossimi mesi verificherà queste ipotesi, ma ciò che è sicuro è che nel PD nulla sarà più come prima.

Chi è il vincitore? Sicuramente le masse hanno votato non per appartenenza ideologica (ho sentito dire, sull’onda dell’entusiasmo, che questo è un voto “di sinistra”, ma così non è). Le masse hanno votato per “cambiare”, cioè contro Renzi. Hanno percepito che il governo chiedesse una legittimazione e lo hanno sconfessato. La politica stessa è fatta di cambiamenti. Così come il voto di Trump non rappresenta in sé uno spostamento a destra della working class statunitense, il voto per il NO non rappresenta la vittoria delle forze di destra nella conquista dell’egemonia del movimento operaio.

È stato un voto “contro Renzi”, cioè da chi lo ha percepito come responsabile diretto della crisi dei salari, della disoccupazione e della miseria. Soprattutto è stato un NO dei giovani contro le politiche del governo.

Non vince la destra con la vittoria del NO. Vince semmai la domanda di cambiamento, che può essere capitalizzata da forze di destra così come da forze di sinistra.

Prossimi scenari

Senza addentrarci sull’analisi di possibili governi tecnici e futura vittoria elettorale del M5S (scontata, a mio parere), è probabilmente più utile capire che dinamica tra le masse la caduta del governo può esprimere.

Partiamo da alcuni presupposti:

1. Quando un governo della borghesia cade è sempre qualcosa di positivo in sé. Una crisi di governo delle politiche della borghesia ha implicitamente un potenziale d’innesco di conflitti sociali.

2. Tale crisi può provocare una polarizzazione delle posizioni tra le masse stesse, a destra come a sinistra.
Un governo tecnico, così come la prossima fase pre-elettorale può aprire una nuova ondata di mobilitazioni di componenti di classe e di movimento, che già in questi mesi si sono mobilitati contro il Governo: i 200 mila di niunamenos; i 100 mila docenti con lo sciopero contro le deportazioni; le mobilitazioni degli ultimi anni degli studenti contro La Buona Scuola; in forma minore e parcellizzata anche alcune lotte atomizzate nel fronte delle fabbriche e della logistica.
È in tale dinamica che i rivoluzionari possono aprire una breccia per la costruzione della propria egemonia politica.

Che percorsi costruire?

È necessario provare a lanciare la costruzione di un fronte unico di massa, per catalizzare questo processo di scollamento e per favorire una ricomposizione a sinistra attorno a un polo di classe. Lo si può fare a partire dal NO al Referendum dei metalmeccanici del 19/21; lo si può fare unendo a questo settore le mobilitazioni delle donne sulla parola d’ordine dello sciopero generale delle lavoratrici; lo si può fare unendo a questi settori il movimento di lotta dei migranti e quello degli studenti.

Sicuramente percorsi non facili e che dovranno essere verificati nella sperimentazione delle parole d’ordine e dell’intervento agitatorio. Capire se il nostro intervento può innescare una dinamica tra le masse su tale fronte. È da verificare. Ma è l’unico modo per avere una polarizzazione a sinistra, sia pure essa ancora in maggior parte su linee socialdemocratiche, che non sia la sommatoria del ceto politico di una sinistra riformista morta.

La sfida oggi è costruire un programma transitorio tra l’intervento quotidiano sui bisogni reali e l’alternativa politica di potere, perché solo un governo fatto di assemblee popolari, in cui studenti, operai, disoccupati, immigrati, casalinghe, pensionati e lavoratori decidono democraticamente la vita economica, politica e sociale. Ma questo tipo di potere si può conquistare solo con la Rivoluzione. Un termine su cui troppe volte si è giocato, come fa il Movimento 5 Stelle e come fanno i populismi arancioni della sinistra liberaldemocratica.

Solo attorno alla classe operaia e a una mobilitazione con essa alla sua testa si potranno aprire scenari in cui i rivoluzionari possono costruire una direzione. Noi ci vogliamo provare.

 

El Indio

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