Paris calling (not London)…

bandieradi Luca Scacchi da Il sindacato è un’altra cosa

Dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici, contro l’Unione Europea e i ripiegamenti reazionari.

L’’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è oggi una realtà. Ribaltando le aspettative dei mercati e gli exit poll, la maggioranza dei cittadini britannici hanno approvato la cosiddetta “Brexit”. Questo voto, purtroppo, non è dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici.

Nonostante l’assonanza, infatti, non è una Grexit. Il LEAVE non è un OXI. Il referendum di oggi non ha lo stesso significato politico e sociale di quello di un anno fa in Grecia. Allora si è votato contro la Troika e le sue imposizioni. Era un voto per difendere i diritti sociali, i contratti, le pensioni, la scuola e la sanità. Era un voto contro il predominio dei
mercati finanziari e contro le politiche d’austerità imposte dall’Unione Europea. Il governo Tsipras, nelle settimane successive, ha poi capitolato alla pressione europea ed ha disperso quella forza. Ha avviato un’amministrazione concertata delle politiche europee, sotto un nuovo controllo “delle istituzioni internazionali” (la Troika sotto altro nome), che sta progressivamente logorando diritti e condizioni sociali nel paese. Ma il significato di quel voto era chiaro, con un preciso segno di classe, in difesa dei diritti, dei salari, delle condizioni di vita di lavoratori e lavoratrici.

Il voto britannico di oggi ha un altro verso. Certo, anche qui c’è stato un voto di classe: hanno votato per uscire dalla UE soprattutto i quartieri popolari, le periferie e le aree industriali, mentre il voto per rimanere si è concentrato nelle metropoli, nella borghesia di vecchia e nuova generazione, tra i giovani e gli studenti.
Ma questo voto è stato dominato dal panico sociale contro profughi e migranti, dalla xenofobia, dal ripiegamento neo-nazionalista e da una volontà di chiusura dei confini nei confronti dello Straniero. Un voto cioè segnato soprattutto da una dinamica reazionaria, volta a difendere capitali e interessi nazionali, a dividere il lavoro creando diverse identità, a contrapporre tra loro queste differenti appartenenze. Un voto che non a caso è agitato da tutti i movimenti populisti di destra e di estrema destra, in Francia e nei Paesi Bassi, in Austria come in Italia.

Questa reazione è un prodotto dell’Unione europea. Un Unione centrata esclusivamente sugli interessi del grande capitale e sulla costruzione di un mercato continentale, in contrapposizione con gli altri poli economici mondiali. Un Unione che non solo si è sempre fatta paladina delle politiche neoliberiste, ma che di fronte alla Grande Crisi si è fatta attiva promotrice della compressione del salario (diretto, differito e sociale). Il principale esponente politico di questa Unione è Mario Draghi, presidente della BCE, che la difese nel momento di suo maggior pericolo durante la crisi del debito del 2012. E’ proprio nel 2012 Draghi dichiarò esplicitamente al WSJ che il modello europeo era oramai morto e superato, che servivano riforme strutturali per smantellare un sistema di diritti e garanzie che non era più sostenibile. L’’Unione Europea di questi anni è stata allora l’’Unione dello smantellamento dei contratti collettivi, della riduzione delle pensioni, dell’aumento di tasse e tariffe, della trasformazione competitiva di scuola, sanità e servizi pubblici.

Contro l’Unione Europea, però, non sarà questo ripiegamento reazionario che difenderà gli interessi di lavoratori e lavoratrici, delle classi popolari e della manodopera migrante. Questo ripiegamento, con il suo correlato di piccole identità, valute e simbologie identitarie, serve soprattutto a rafforzare gli interessi dei piccoli capitali nazionali, rilanciando lo sfruttamento con svalutazioni progressive (che colpiscono in primo luogo i salari) e smantellando i diritti in nome della produttività.
Bisogna allora combattere su due fronti. Contro l’Unione Europea e contro i ripiegamenti reazionari. Per questo è necessario che lavoratori e lavoratrici recuperino la propria autonomia. E’ necessario riunire le diverse lotte, dentro i differenti paesi e nel continente. E’ necessario cioè riprendere e generalizzare la mobilitazione sociale. La strada da seguire, allora, è quella della Francia di questi mesi. Degli scioperi prolungati, delle mobilitazioni determinate, delle nuit debout, della convergenza di tutti i diversi settori e soggetti che lottano e resistono.
Come in Francia, contro l’Unione Europea e contro i movimenti reazionari, è ora di riprendere le lotte contro il governo Renzi, contro le politiche d’austerità e lo smantellamento dei diritti sociali. E’ ora di rompere l’assoluto immobilismo della CGIL, la sua continua e vana ricerca di un accordo con governo e padronato (vedi le ultime vicende su pensioni e modello contrattuale). E’ ora di finirla con la dispersione degli scioperi in tempi e su fronti diversi (categoria per categoria).

E’ ora di riprendere il conflitto, di ricostruire le condizioni di una nuova stagione di lotta.

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