Paladini della carità? No grazie

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di Frecciarossa

Apprendo sempre con dispiacere ma senza stupore, dato che ormai è una prassi consolidata, dell’ultima vergogna politica dei sindacati, se si possono ancora chiamare sindacati degli enti che da anni stanno distruggendo il mondo del lavoro senza mettere in campo lotte degne di questo nome e stanno accettando passivamente tutte le politiche antioperaie messe in campo dai vari governi di centrodestra e di centrosinistra (come il Jobs Act).

Mi riferisco ai tanti licenziamenti a cui nel corso degli ultimi anni CGIL CISL e UIL hanno messo allegramente la firma, sia che siano stati licenziamenti collettivi per chiusure e delocalizzazioni, sia che siano stati licenziamenti più “soft”, tramite buonuscita o incentivi. La costante è sempre la mancata tutela della classe a cui dovrebbero fare riferimento, quella dei lavoratori, a favore di un servilismo e di una connivenza sempre più marcati con la classe padronale.

Non contenti, CGIL CISL e UIL prendono ora nuovamente in giro i lavoratori. Infatti, in questi giorni, il Comune di Forlì ha varato il bilancio, confermando i finanziamenti per il welfare e per il fondo anticrisi, con l’appoggio di CGIL CISL e UIL. Verrebbe da chiedersi cosa c’è di strano, sembra un’iniziativa condivisibile.

Ma ogni lavoratore con un minimo di coscienza di classe capirebbe il giochino e si chiederebbe: “ma come, prima fate in modo che mi licenzino e poi approvate l’erogazione di soldi pubblici a chi come me rimane a casa?” Forse era meglio non svendere a monte il diritto al lavoro per quattro spicci di buonuscita, forse era il caso di mettere in campo un programma di lotte dure nelle vertenze aperte sul territorio e forse, udite udite, era il caso pure di coordinarle queste vertenze, con una piattaforma di lotta dura e decisa, come duro e deciso è l’attacco padronale ai lavoratori.

Care CGIL-CISL-UIL, la maschera l’avete gettata da tempo. Non siete più credibili, abbiate l’onestà di riconoscere che il vostro mestiere è da un lato dare schiaffi ai lavoratori, dall’altro convincerli che se li meritano.

Un disoccupato svenduto dal sindacato

#cgil #sindacato #pcl #lottadiclasse

Lettera di un’operaia di Melfi ad un mese dalla sperimentazione dei nuovi turni di lavoro

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[Da Sialcobas]

“Da qualche settimana è iniziata la sperimentazione dei nuovi turni alla FCA di Melfi ed è già possibile descrivere una situazione tutt’altro che felice per noi donne”.

Riportiamo la lettera di un’operaia dello stabilimento FCA/Fiat di Melfi. Si tratta della SATA (Società Automobilistica Tecnologie Avanzate), la “fabbrica dei record”, una tra le piu’ produttive al mondo. Quest’operaia spiega cosa significa produttivita’: sfruttamento sistematico di tutto quello che c’e’ di vivo in chi lavora.

“Si lavora sei mattine, dalle 6 alle 14, da lunedì a sabato; poi si riattacca domenica sera alle 22, per quattro notti di seguito; poi due giorni di riposo, tre pomeriggi di lavoro (compresa una domenica), due giorni di riposo, tre notti di lavoro, due riposi e altri quattro pomeriggi di lavoro. Finalmente una domenica di sosta, ma lunedì alle 6 si ricomincia daccapo. È come vivere in un continuo cambio di fuso orario.

Già i primi dieci giorni ci hanno sfinite, le ore in fabbrica si trascorrono in piedi davanti a una catena sempre più veloce perché, grazie al “sistema migliorativo Ergo uas”, tutto il materiale ci arriva direttamente in postazione su carrellini trainati dai robot automatizzati che spesso perdono pezzi per strada o si fermano e non vogliono saperne di ripartire. Loro non sentono le minacce dei capi, decidono di non lavorare più e così è se vi pare.

Le operazioni sono tutte cronometrate e le postazioni saturate; in teoria dovremmo star ferme ad assemblare comodamente tutto ciò che ci arriva ma in realtà si cammina, anzi, si insegue la linea e ci si “imbarca”, ossia ci si allontana sempre di più dai confini della postazione disegnati sul pavimento. Basta un qualunque imprevisto, una vite sfilettata o un semplice starnuto, per rendere spasmodica la risalita. A volte ci paragoniamo ai salmoni e speriamo che non ci attenda la stessa sorte. Continua a leggere

Zamboni 36: chi sarebbero gli squadristi?

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Contributo da Coordinamento Studentesco Rivoluzionario

Ho potuto leggere, qualche ora fa, una letterina pubblicata sul profilo facebook di “La Rivista Intelligente” (webmagazine peraltro piuttosto visitato di cui, nella mia ignoranza proletaria, ignoravo l’esistenza) la cui autrice è Mirella Mazzucchi, coordinatrice gestionale della Biblioteca di Discipline Umanistiche, la stessa al centro dell’attenzione non solo cittadina ma nazionale a seguito della lotta studentesca contro l’installazione dei tornelli per l’accesso; la stessa biblioteca dove sono stato studente tirocinante tra il maggio e il luglio dell’anno scorso.

A fronte del solito assordante silenzio del corpo docente pseudo-progressivo dell’Alma Mater, così come di tanti dipendenti dell’ateneo che tacciono di fronte a una dimostrazione così sfacciata e brutale della reale natura delle forze dell’ordine e dello Stato, cioè quella di reprimere chiunque alzi la testa contro le politiche dei capitalisti e delle istituzioni che da essi dipendono (università-azienda inclusa), mi sembra il minimo scrivere una nota in solidarietà al Collettivo Universitario Autonomo, bersaglio di un attacco tanto pesante quanto imbarazzante e non necessario.

Per evitare “l’effetto Emilia Garuti” (studentessa Unibo e dirigente del PD che si permette di pontificare sugli studenti, avendo un ruolo di responsabilità nel principale partito della borghesia italiana, storicamente protagonista delle peggio controriforme dell’università e in generale dell’attuale stagione di macelleria sociale a danno dei lavoratori) dichiaro le mie generalità senza che eventuali giornalisti interessati debbano chiamare la Digos per sapere chi sono: studio Geografia all’Unibo e aderisco al Coordinamento Studentesco Rivoluzionario; ho condiviso con i compagni del CUA e in generale dell’area Infoaut un discreto numero di lotte, mobilitazioni, campagne politiche locali e nazionali; rivendico, come i compagni del CUA d’altronde, d’essere comunista, anche se non ho lo stesso profilo politico strategico di questi compagni, e insieme ai miei compagni d’area politica non evito ipocritamente di criticare i compagni del CUA sul piano politico e su quello della tattica d’azione. Continua a leggere

La coperta corta della Buona Scuola

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di Nikita

A pochi giorni dal referendum del 4 dicembre 2016 l’ex premier Renzi, nel tentativo disperato di racimolare qualche voto, stringeva con la triade CGIL CISL UIL un accordo sulla revisione del contratto della Pubblica Amministrazione come una grande vittoria dai sindacati.   E qui ci starebbe bene un emoticon (o come dicono i nativi digitali più evoluti, un emoji) di quelli che si sganasciano dalle risate, ma lasciamo correre.

Renzi viene affossato dal referendum, al MIUR viene chiamata una sindacalista tessile che millanta una laurea mai conseguita. Sia chiaro, non è che un titolo di studio renda un ministro buono o cattivo, ma la menzogna non è certo un bel biglietto da visita.  Comunque sia, la signora Fedeli rimane al suo posto e, dopo due mesi in cui fa la bella addormentata fingendo di non sapere che l’accordo del 30 novembre è vincolante anche per i governi successivi, lancia qualche segnale di apertura ai sindacati.  E nelle più recenti assemblee sindacali i vari esponenti della triade vengono, con toni trionfalistici, ad annunciare un aumento di 85 euro lordi mensili (63 euro netti, più o meno).

Nemmeno una parola  però sui costi “umani” di ciò che bolle in pentola e che diverrà legge con le otto deleghe della Buona Scuola ancora in sospeso. Ad esempio, il fatto che non spetterà più alle scuole valutare la disabilità, ma ai Gruppi per l’Inclusione Territoriale. Sarà dunque una commissione esterna, che risponderà direttamente all’amministrazione, a decidere le necessità dello studente disabile. Con il conseguente  taglio, già oggi pesantissimo, delle ore di sostegno e  la successiva perdita di circa 30.000 posti di lavoro.   Oppure il fatto che gli studenti disabili, all’esame di terza media, non potranno più usufruire di prove differenziate, ma “equipollenti”. Il che, tradotto, significa che, in molti casi, non saranno in grado di ottenere la licenza media, ma solo un attestato di frequenza che precluderà loro per sempre l’ ingresso nel mondo del lavoro.  E questo solo sulla base di alcuni rumors. Chissà cos’altro ci riserva la realtà.

Sappiamo da un pezzo che la coperta è corta, ma così qualcuno rischia di morire di freddo.  Quindi  speriamo che ci facciano almeno un favore: che il Ministro non ci/si prenda in giro parlando di riqualificazione docente, e che i sindacalisti ci risparmino i  canti di vittoria in una guerra con così tanti morti.

Unioni civili a Cesena: le buffonate dei fascisti e l’impotenza della “sinistra” borghese

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Si è tenuta ieri a Palazzo Albornoz, presso il Comune, la seconda unione civile tra uomini celebrata a Cesena dopo l’approvazione del pasticciato DDL Cirinnà di un anno fa. Un evento che dovrebbe risultare del tutto “normale”, salvo che i soliti cani da guardia fascisti della reazione (in questo caso,  membri di Forza Nuova) hanno inscenato un patetico “funerale del matrimonio” come avevano già fatto per la precedente unione civile celebrata a Cesena. Nel dare la nostra solidarietà ai due giovani che hanno dovuto subire questa provocazione, registriamo che le forze di polizia, sempre presenti e scorrazzanti per il centro e per piazza del Popolo, non si sono messe particolare fretta per impedire l’indegno spettacolo. Mentre, quando si è dovuto sgomberare picchetti operai nel polo logistico di Pievesestina, non è mancata la massima celerità nella repressione. Ci fanno anche sorridere le dichiarazioni di Possibile e del PD, dove i primi pensano di poter liquidare come “patologia mentale” l’ondata omofoba e clericale (per nulla avversata dal papa “di sinistra” che ha introdotto, anzi, norme contro i preti omosessuali) che sta ancora attraversando il nostro paese e che pone invece un serio problema politico, in primis ai lavoratori che vengono attaccati non solo sul posto di lavoro ma anche nella sfera dei diritti civili, tentando di dividerli anche sul piano delle preferenze sessuali e quindi di un’ulteriore emarginazione all’interno dello Stato borghese; il PD invece, ci ripropone lo stanco sermone del suo antifascismo istituzionale, rivendicando addirittura l’applicazione della Legge Scelba contro le organizzazioni fasciste, ben sapendo che la sua pratica politica quotidiana in tutta Italia si basa sull’asservimento al clero cattolico, e su politiche di aggressione alle conquiste economiche e politiche degli sfruttati e degli oppressi, ben sapendo che i suoi dirigenti nazionali hanno sdoganato nel tempo i fascisti come non mai (arrivando a equiparare in parlamento militi repubblichini e partigiani, e partecipando a più di un governo insieme a esponenti della vecchia destra fascista). A conferma che l’unico “antifascismo” è quello che mette in discussione la società che ha prodotto il fascismo, la stessa società in cui viviamo oggi, il capitalismo. Sarà l’abbattimento di questa società divisa in classi sociali, tra pochi capitalisti ricchissimi e una marea di sfruttati, e la costruzione di una nuova società di liberi e uguali, che garantirà la fine della barbarie fascista e la piena libertà nella vita affettiva, senza che essa debba rispondere alle logiche di uno Stato oppressivo o ai canoni tradizionali basati sull’oppressione della donna e delle minoranze sessuali da parte del maschio padrone.

PCL Romagna

LA TRUFFA DEI NUOVI LEA

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Il Governo ha da pochi giorni aggiornato i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Tutti i più importanti giornali hanno elogiato il provvedimento del Ministro, affermando che coi nuovi parametri si garantirebbe l’assistenza per patologie prima non previste. È in realtà una grande bugia.

Attraverso provvedimenti di privatizzazione, austerity e federalizzazione delle competenze, si è prodotto un disastro nel settore dell’assistenza sanitaria, con conseguenze drammatiche per i pazienti, che spesso si trovano ad affrontare liste d’attesa vergognose, col serio rischio di veder peggiorare le proprie condizioni di salute, o sono costretti a curarsi lontano dai territori dove vivono. Negli ultimi anni, in più, si è prodotto il fenomeno del turismo sanitario, dove pazienti oncologici effettuano viaggi in paesi come l’India, la Serbia, per curarsi con farmaci dal costo basso e di provenienza non certificata. Continua a leggere

Egemonia

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A cura di Falaghiste

L’egemonia (in greco antico: ἡγεμονία, eghemonìa = comando, primato) era, nell’antica Grecia, la preponderanza di uno stato all’interno di una lega (come Atene nella lega delio-attica, Tebe nella lega beotica e nella lega peloponnesiaca) o di un’alleanza fra stati (come Sparta nella seconda guerra persiana).

Il termine “egemonia” è nato nell’antica Grecia, e deriva dal verbo ἡγέομαι (che significa “condurre, portare avanti”). Il problema dell’egemonia fu studiato nell’antica Grecia da Senofonte nelle Elleniche: nel libro VI, cap. 3-5 a proposito dell’egemonia tebana, e nel libro VII.

I singoli stati greci erano indipendenti ma facevano parte di una lega, e le decisioni relative alla politica estera (ossia alla pace e alla guerra), visto che interessavano tutta la lega, erano di competenza della lega nel suo insieme e non del singolo stato. La rapidità con cui occorreva prendere decisioni militari, tuttavia, richiedeva che la direzione della guerra fosse in mano a un solo stato, lo Stato egemone. L’egemonia si esplicava pertanto soprattutto nel comando militare: gli Stati alleati ponevano le proprie truppe e parte delle risorse economiche agli ordini dei magistrati o dei sovrani dello stato egemone, conservando per il resto inalterata la propria autonomia, almeno in via teorica. Nei fatti, in età classica l’egemonia di Sparta e Atene era anche di tipo spirituale, poiché le due nazioni rappresentavano ciascuna ideali di vita molto differenti fra di loro.

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Il canotto di salvataggio della sanità

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di Marla Taz

È noto a tutti oramai che le riforme sanitarie degli ultimi 20 anni perpetuate da tutti i governi che si sono susseguiti hanno destinato sempre minori risorse economiche al sistema sanitario nazionale pubblico, con conseguenze disastrose per la salute della popolazione meno abbiente, e hanno portato la sanità in questo paese allo sfacelo come affermato anche dall’ex presidente dell’assemblea delle regioni Vasco Errani: “gli stanziamenti non sono sufficienti a garantire la tenuta del sistema sanitario in questa regione“ e dal suo successore Sergio Chiamparino, dimessosi un anno dopo aver dichiarato che i “finanziamenti erano insufficienti a garantire i L.E.A (livelli essenziali di assistenza, garantiti dallo Stato). Mentre siamo in attesa del tracollo da un momento all’altro, l’attuale presidente ex-pidiessino della regione Stefano Bonaccini sigla un accordo sanità coi sindacati confederali il 19 settembre 2016 in cui si premette che “nel nostro sistema regionale il welfare è stato sempre considerato un motore di sviluppo che crea buona occupazione, riduce le disuguaglianze redistribuendo risorse e favorendo processi di inclusione sociale”. Parole che apparentemente smentiscono i suoi predecessori ma che nascondono, e neanche troppo bene, un’amara realtà.

Questo accordo prevede la “stabilizzazione di 402 professionisti ed amministratori“, si suppone con contratto a termine, il rinnovo del contratto per altri 149 professionisti precari e l’assunzione di 502 professionisti, nonché il mantenimento dei livelli minimi di assistenza sanitaria, il tutto senza risorse economiche provenienti dallo Stato ma con l’istituzione di un fondo regionale di sanità integrativa aperto extra L.E.A. In sintesi, il denaro verrà reperito in parte dall’aumento delle tasse regionali (forma obbligatoria), in parte da convenzioni non bene specificate coi privati, compresi i cittadini in forma volontaria, da altri tagli alle “economie generate dal sistema sanitario regionale, razionalizzazione degli acquisti” ecc.

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Le donne proletarie tra acido e abbattimento del patriarcato

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di Volodia

È notizia di ieri l’ennesima donna sfregiata con l’acido. Questa volta a Rimini.

In Emilia Romagna nel 2016 ci sono stati undici femminicidi e quattro tentati femminicidi, il doppio rispetto all’anno precedente.

A Corinto, dove predicava San Paolo, il campione di tutti i misogini e l’avvocato difensore di tutti i crimini sessisti, molte delle statue antiche del sito archeologico hanno la testa mozzata. I cristiani volevano estirpare la credenza che la sede dell’intelligenza e dell’anima fosse appunto nella testa. Si sa, l’ignoranza cristiana della fisiologia si propagherà come un virus per i secoli a venire (e perdura ancora).

In molte chiese e basiliche bizantine i successivi conquistatori ottomani prendevano a picconate gli occhi degli affreschi più o meno per motivi analoghi.

Quando un’affermazione, un’idea, un concetto disturba la cultura dominante, ossia la cultura della classe dominante, la si cancella, la si deturpa. Lo stesso si fa con le persone che incarnano quell’idea.

Quando una donna cessa di essere oggetto e si rivendica come soggetto affermando la propria volontà si fa più o meno la stessa cosa. Perché con l’acido? È una scelta deliberata, ponderata e premeditata, che richiede un’organizzazione non indifferente. Si sfregia per rendere un oggetto inservibile ai futuri utilizzatori. Con intento punitivo certo, per colpire una persona nel suo rapporto con gli altri che si esprime anche e in prima battuta con l’aspetto esteriore. Ma soprattutto per sradicare quella rivendicazione concettualmente in contrasto con la cultura dominante, quel “sei mia” che, detto in una canzone o in un impeto di rabbia, sottende comunque lo stesso concetto: l’amore è un rapporto di proprietà che si vive con un oggetto. Il problema sorge quando l’oggetto vuole smettere di essere tale. Per una donna, rivendicare la propria volontà e autonomia è, nel 2017, un atto rivoluzionario contrario al sentire comune.

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La necessità di un partito rivoluzionario contro una società che ci rende schiavi

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di Masaniello

Non c’è bisogno di alcun sermone domenicale, o di fantasiose previsioni sul futuro, per capire che il sistema attuale orchestrato dal capitale non è più sostenibile: quando la ruota della storia si blocca e non gira più, ecco che i nuovi frutti della storia sono tutti marci e si ripetono in forma di farsa le tragedie del passato. Marx per primo ha spiegato chiaramente il perché del fallimento della nostra società basata sul profitto, e perché l’unica prospettiva futura per l’umanità sia il comunismo.

Il comunismo non è un’utopia come si ostina a farci credere chi trama e trema contro esso, il comunismo è la strada giusta da intraprendere e l’idea che è necessario diffondere tra gli sfruttati.

Il comunismo ha come perno il lavoratore, non il fantomatico cittadino grillino, o il patriota più becero dei partiti fascisti di turno, servi del potere. Il lavoratore, cioè quella classe sociale che produce e consuma, quella classe che non realizza la sua vera potenza, abbindolata dalle più belle promesse puntualmente disattese, abbindolata dalle più nefaste illusioni, da un falso cretinismo anti ideologico spacciato per libertà, che ci illude attraverso i suoi raggiri, di poter essere indipendenti dalla nostra stessa classe di appartenenza. Continua a leggere