Convegno 1917 – 2017: Cento anni dopo – Storia, politica e attualità della Rivoluzione Comunista

Sabato 27 maggio Inizio ore 10.30 – termine 16.30

Casa Del Popolo 20 Pietre Via Marzabotto 2 – Bologna

Ne parliamo con:

Diego Giachetti, Centro studi Livio Maitan
Virginia Pili, Storica
Graziano Giusti, Redattore di Pagine Marxiste
Natale Azzaretto, Partito Comunista dei Lavoratori
Cristiano Armati, Red Star Press
Michele Terra, Direttore Unità di Classe-Pcl
Gigi Roggero, Collettivo Hobo
Francesco Giliani, Storico – Sinistra Classe Rivoluzione
Chiara Mazzanti, Commissione oppressione di genere-Pcl
Emilio Quadrelli, Saggista

È previsto il pranzo presso la casa del popolo
Bus n.13-19-81-91-39-35 fermata Ospedale Maggiore – Parcheggio interno su via Marzabotto

Per info:  ufficiostampa2.pcl@gmail.com 

Non stiamo con chi divide gli oppressi

Sulle dichiarazioni di Debora Serracchiani

Debora Serracchiani nelle sue dichiarazioni sulla vicenda dello stupro a Trieste riesce ad esprimere tutti i peggiori difetti della classe dirigente politicamente arretrata e reazionaria, che costituisce il quadro di direzione del PD renziano.

Diciamolo con chiarezza, uno stupro è uno stupro. È uno stupro.
Non ci sono gradazioni. È massimamente esecrabile lo stupro di gruppo? È per la o le donne che ne rimangono vittime peggio di quello che viene perpetrato in famiglia? Non possiamo fare una classifica, è vergognoso fare una classifica. Subire la violenza sessuale è drammatico per ogni donna in ogni condizione. Forse tutto questo è molto più indicato in un’aula di giudizio. Nelle considerazioni sociali e politiche dobbiamo leggere la realtà per quella che è. E venendo alle dichiarazioni successive di Serracchiani, a difesa della sua posizione, andiamo sempre peggio. Il profugo viene accolto sul nostro territorio e quindi entrerebbe in un meccanismo “fiduciario di carattere familiare”. Nell’esperienza delle donne, la famiglia, nel sistema vigente – cioè quello spietatamente capitalistico – è un luogo di costrizione e doveri, dove la fiducia copre sempre gli interessi della parte più forte, l’uomo. E che dire di quello che evidentemente pensa del rapporto con chi in questo paese arriva chiedendo rifugio e lavoro? Che dire delle responsabilità delle borghesie europee, i cui interessi predatori in Africa e in Medio Oriente continuano a sfruttare i territori e le popolazioni creando miseria e impedendo uno sviluppo autonomo, anzi colpevoli della distruzione dei governi progressisti che si erano sviluppati in particolare in Africa negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso? La miseria, la ricerca di un miglioramento della vita spinge masse enormi ad abbandonare le loro case e affrontare la drammatica vita dell’emigrazione. mAggiungersi al carro della propaganda razzista, richiamare valori presunti universali, resta quello che è: una operazione demagogica a recupero di settori arretrati. Ci sembra anzi che questo che tutti e tutte hanno interpretato come una dichiarazione personale da cui alcuni esponenti del suo stesso partito hanno voluto distinguersi, sia in continuità con un programma evidente che va dal Fertility Day al Decreto Orlando-Minniti. Se è la ricerca della difesa delle donne colpite dalla violenza, in particolare quella famigliare, questo partito, con questo governo, dovrebbe fare ben altro.

Come prima cosa non trasformare, alla ricerca di visibilità, l’esperienza traumatica vissuta da una giovane donna in un caso mediatico che la espone alla rivittimizzazione. E della vittimizzazione delle donne, delle lavoratrici e dei lavoratori, il PD se ne intende. Se da un lato, partito e governo fanno proclami di tutela delle donne, con l’altra mano tolgono diritti, servizi e possibilità di indipendenza alle donne stesse, con leggi vergognose quali il Jobs Act e l’eliminazione dell’articolo 18.

Delle due l’una: le donne si difendono sempre, oppure occorre smascherare queste espressioni di “solidarietà” femminile per quello che sono: demagogia populista.

Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione di genere

In cambio di un’ostia… soldi alle scuole del clero!

di Frecciarossa

Che il governo e le regioni finanzino generosamente le scuole private religiose non è una novità. Non è una novità neppure che questi finanziamenti crescano vertiginosamente in tempi di crisi e a scapito della scuola pubblica.

Ma i numeri sono veramente inquietanti. E ce li ha forniti il sottosegretario all’Istruzione, in una recente visita a una scuola paritaria nel forlivese.

Elenchiamoli perché meritano:

Il fondo statale per le scuole paritarie dell’Emilia Romagna sarà quest’anno di quasi 50 milioni di euro. 8 in più rispetto all’anno scorso.

A livello nazionale, quattro anni fa il fondo per le scuole paritarie era di 272 milioni di euro. Grazie alla legge di Stabilità ora è all’incredibile cifra di 502 milioni, quasi raddoppiato.

In un paese in cui 26.000 scuole statali non sono neppure a norma antisismica, con classi che somigliano più a batterie di polli e infrastrutture fatiscenti e prive di qualsiasi materiale di consumo, dalle lavagne alla carta igienica, il governo e le regioni trovano nulla di meglio da fare che lanciare a piene mani milioni di euro nelle tasche della Chiesa e delle scuole clericali. Continua a leggere

Riflessioni (di un uomo) sul maschilismo

di Masaniello

Il maschilismo è una malattia infantile che pone la donna in continua sottomissione all’uomo, unico essere meritevole di ogni privilegio e padrone del potere decisionale. È l’uomo a dettare le linee guida alla famiglia, sui luoghi di lavoro e in ogni contesto della società occidentale e non solo, salvo poi accaparrarsi meriti e scaricare i demeriti sui suoi sottoposti (e sottoposte). Non sono bastate le lotte degli anni Settanta per stabilire l’ovvio: ossia che uomini e donne sono uguali.  Ancora oggi la donna guadagna in meno dall’uomo a parità di mansione e vive sulla sua pelle una miriade di altre discriminazioni.

Grazie alla propaganda patriarcale neanche la donna stessa crede nelle proprie capacità, si sente in obbligo si assolvere ai doveri di casa, di accudire i figli e gli anziani, e se non bastasse con il proprio stipendio contribuisce a portare avanti il ménage familiare, con buona pace della rivoluzione. Questo ritratto patriarcale ha molti artisti, ognuno ha dato una pennellata, dalla chiesa al fascismo entrambi servi del capitale. Continua a leggere

Il 1° maggio è lotta di classe!

Il Primo Maggio deve essere l’occasione per celebrare i lavoratori e le loro lotte in tutto il mondo e, mai come oggi, questo appuntamento deve ricoprire un ruolo di primo piano per importanza e urgenza, di fronte ad una crisi strutturale e sistemica della società capitalistica. In un contesto sociale e politico come quello odierno diviene quindi necessario ed inevitabile unire sfruttati e oppressi per organizzare un vero cambiamento!
I suicidi di lavoratori e le morti bianche, le lotte nei luoghi di lavoro contro i licenziamenti, le delocalizzazioni, lo smantellamento dei diritti, la distruzione dei salari e le pratiche antisindacali e discriminatorie di padroni grandi e piccoli sono il segnale di come questa società abbia fatto il suo corso e sia sempre più urgente la necessità di un progetto di un sistema nuovo e migliore, non più sottomesso al dio denaro e al profitto privato di pochi privilegiati ma realmente fondato sui lavoratori e sul popolo.

  • PER L’ABOLIZIONE DEL JOBS ACT E DI TUTTE LE RIFORME CHE HANNO PRECARIZZATO IL LAVORO
  • PER L’ABOLIZIONE DELLA RIFORMA FORNERO E PER IL RITORNO AD UNA PENSIONE DIGNITOSA DOPO 35 ANNI DI LAVORO E CALCOLATA CON IL METODO RETRIBUTIVO
    PER L’ABOLIZIONE DEL DECRETO LUPI, PER IL DIRITTO ALLA CASA
  • PER LA LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE DI TUTTI E DI TUTTE, CONTRO RAZZISMO E XENOFOBIA
  • CONTRO LA BUONA SCUOLA DI RENZI. BASTA CON LA TRUFFA DEL LAVORO GRATIS CHIAMATO ALTERNANZA SCUOLA/LAVORO
  • PER IL DIRITTO ALLA SALUTE E PER UNA SANITÀ PUBBLICA

L’origine lontana della crisi

 di falaghiste
Riproponiamo dal lontano 2013.
La crisi economica più devastante dal dopoguerra appare e viene generalmente percepita a livello di massa come una crisi dalle origini astratte non precisamente identificabili con gli strumenti della ragione. La crisi di un sistema che presumibilmente si fonda, sull’oggettività dei calcoli economici , è vista come una crisi morale del sistema politico-istituzionale e non della struttura economica che queste istituzioni rappresentano.
La tesi delle classi dirigenti dei partiti borghesi , degli economisti e dei propagatori dell’ideologia liberale  al servizio del capitale, descrive questa crisi come una crisi finanziaria, che riguarda il denaro la cui carenza  o uso improprio( speculazione) avrebbe bloccato il meccanismo della produzione.
Questa è la versione colta, liberale,apparentemente logica, sull’origine delle crisi .
Ma  così facendo si avvalora, ( fra le masse colpite materialmente dalla crisi) la versione populista sull’origine della crisi: cioè che sia colpa dei corrotti, degli incapaci, dei ladri  che si appropriano delle risorse economiche che altrimenti, se usate con discernimento, ( dagli onesti, dai capaci, dai meritevoli) potrebbero risolvere o quantomeno moderare il degrado economico progressivo.
La soluzione sarebbe quindi sostituire l’attuale classe dirigente parassita ( identificata nei partiti, nell’ amministrazione pubblica, nei sindacati ecc,…. mai fra gli imprenditori ) con un’altra dotata di senso dello stato, della collettività, dell’interesse comune fondato sulle affinità etniche e culturali della nazione, sul ritorno a legami di solidarietà e gerarchie sociali del tutto estranee alla modernità.
Nessuna delle due versioni mette in discussione il capitalismo in quanto tale, entrambe sono il prodotto del crollo dell’economia di mercato ma la versione populista (il grillismo) è il sottoprodotto arcaico della crisi;  della versione borghese  sulle origini della crisi e della sua incapacità a risolverla all’interno dell’attuale sistema .
Del resto il programma economico del grillismo non diverge affatto dalla politica economica dei governi passati. A tal proposito è significativa una dichiarazione dell’ambasciatore americano, riguardo ad una sua conversazione con Casaleggio. (La Stampa del 14/03) 
In sintesi : il movimento di Grillo è un fenomeno nuovo e interessante per il rinnovamento del sistema politico italiano. A parte alcuni elementi fantasiosi, Casaleggio  parla come un vero imprenditore proponendo alcuni punti programmatici condivisibili : Abbattimento dei costi della burocrazia e snellimento dell’apparato dello Stato, diminuzione delle tasse, defiscalizzazione degli utili d’impresa, abolizione dei vincoli nel mercato del lavoro.
Niente di nuovo !
I sintomi della crisi:
 
Se le leggi naturali si esprimessero direttamente nei fenomeni che producono, la ricerca scientifica sarebbe pressoché inutile, nella realtà sintomi uguali possono corrispondere a malattie diverse e ogni sintomo, di per se, non indica sempre  una precisa malattia. Scambiare il sintomo per la malattia è l’errore del medico somaro o di quello interessato a propinare sempre la stessa medicina.
Leggendo le pagine dedicate da Karl Marx alle crisi economiche del suo tempo, la prima impressione è quella di una sorprendente familiarità. Leggiamo osservazioni che si riferiscono a crisi di 150 anni fa, e sembra che si parli di oggi:
“Se la speculazione si presenta verso la fine di un determinato ciclo commerciale come immediato precursore del crollo, non bisognerebbe dimenticare che la speculazione stessa è stata creata nelle fasi precedenti del ciclo e quindi rappresenta essa stessa un risultato e un fenomeno, e non la ragione ultima e la sostanza del processo”
Marx individua qui, nella ricerca moralistica del colpevole della crisi (lo speculatore), l’altra faccia della medaglia della fede ingenua nell’evitabilità delle crisi :
“Tale fede riposa sulla convinzione che la crisi sia qualcosa di estraneo al normale funzionamento dell’economia capitalistica. Secondo questa illusione ideologica, la crisi viene sempre da fuori, è una patologia esterna al sistema. Quindi è dovuta ad errori o colpe specifiche di qualcuno.”
Ma a questo riguardo Marx ha gioco facile nell’osservare che:“proprio il ripetuto insorgere delle crisi smentisce l’idea che le loro ragioni ultime debbano essere ricercate nella mancanza di scrupoli di singoli individui” .
L’idea che sia nella scarsità di profitto, ( della  ricchezza come moltiplicatore del benessere ) l’origine della crisi non è certo un’idea nuova, anzi è sempre stata alla base del pensiero economico classico borghese.
Secondo questo presupposto all’aumento del profitto d’impresa corrisponde la crescita allargata della produzione e degli scambi delle merci.
 
*Il denaro viene posto al centro dell’intero processo di produzione e crescita degli scambi merce-denaro.   Il capitalista ( il coraggioso capitano d’impresa ) cerca di realizzare, con la vendita, il valore dei suoi prodotti trasformandoli in denaro (M-D) e, attraverso il denaro, egli può di nuovo appropriarsi di merci aventi una forma materiale (mezzi di produzione e forza lavoro )a lui utile al fine di iniziare un nuovo ciclo di produzione: M-D-M ( merce -denaro- merce).
In effetti  Le cose si presentano realmente in questi termini, ma l’analisi dei fenomeni da questa angolatura non riesce a svelare i rapporti cruciali. Non ci spiega sufficientemente, per esempio, qual è il movente che induce a ripetere questo ciclo in forma capitalistica e su scala allargata, ovvero cosa spinge ad allargare continuamente la produzione delle merci come dinamica indispensabile al funzionamento del sistema ( crescita del PIL come valore in denaro deibeni e servizi prodotti )
*Se modifichiamo invece il punto di partenza del processo di scambio, partendo dal denaro (D – M), le cose si chiariscono.
*Non si tratta di un puro espediente analitico: porre il denaro all’inizio e alla fine del processo quale forma generale della ricchezza, corrisponde alla percezione corretta della produzione capitalistica, la quale è produzione di ricchezza astratta (denaro) fine a sé stessa e non di valori d’uso, cioè delle merci utili e necessarie  per la qualità della vita.
In parole povere il capitalismo è una macchina per far soldi e non per produrre ciò che serve, ma solo ciò che può essere venduto con profitto. Continua a leggere

CONTRO I FASCISMI VECCHI E NUOVI PER UN 25 APRILE DEI LAVORATORI

Come ogni anno, e come ogni giorno, ci battiamo affinché il 25 aprile non sia una vuota ricorrenza fatta solo di processioni e corone di fiori, spesso posate proprio da esponenti di quei partiti che la Resistenza la tradiscono tutti i giorni nei loro atti.

Da anni in Romagna è in atto una vergognosa opera di recupero della memoria fascista, mascherata da tutela del patrimonio artistico e architettonico, ma che di fatto non prevede spazi per la divulgazione e il ricordo degli ideali dei partigiani, per la narrazione delle loro storie, per la preservazione degli avvenimenti, per l’insegnamento alle future generazioni. Questa vergognosa politica messa in atto da partiti che hanno l’ardire di definirsi di sinistra ha fatto del fascismo e delle sue rovine un’attrazione per turisti di dubbio gusto.

Sempre più spazi vengono lasciati nelle nostre città a organizzazioni fasciste del terzo millennio, come si sono autodefinite, che mettono in scena indegni spettacoli di intolleranza, razzismo, sessismo e omofobia. Sempre più spazi sono occupati, nel Web e non, da nuovi populismi xenofobi, che non si fanno scrupolo di diffondere notizie false, di manipolare l’informazione, di aizzare l’odio contro i migranti e di incanalare la rabbia di disoccupati e lavoratori in un vicolo cieco, che conduce sempre a sbattere contro lo stesso muro, il muro dei padroni e dei borghesi, che questi partiti difendono fedelmente.

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M5S e sindacato. La conferma di un programma reazionario

«Disintermediare» la relazione tra dipendente e impresa. Questo concetto è al centro del documento programmatico di governo del M5S in tema di lavoro. Ovviamente il concetto è avvolto dalla tradizionale nebulosa ideologica più o meno futuribile («nuove forme di partecipazione nei luoghi di lavoro», ecc.). Ma dentro la voluminosa confezione la merce è chiarissima: se “uno vale uno” che senso ha una rappresentanza di classe dei lavoratori con poteri di contrattazione?

La suggestione non è nuova. «Il sindacato è roba da ‘800» esclamava Beppe Grillo in un comizio a Reggio Calabria nel 2013. «Eliminiamo i sindacati che sono una struttura vecchia come i partiti, voglio uno Stato con le palle» gridava il comico guru a Brindisi nel gennaio 2013. «Ogni lavoratore si rappresenti da solo, il sindacato non serve a nulla» dichiarava un mese fa Luigi di Maio a proposito dei licenziamenti di Almaviva. Si potrebbe continuare a lungo. Non si tratta di esagerazioni oratorie. Si tratta della cifra profondamente antioperaia del M5S. Una ideologia che dissolve le classi e il loro conflitto in una massa indistinta di “cittadini” atomizzati, soli davanti al proprio computer nell’universo virtuale della rete, per quale ragione dovrebbe riconoscere una organizzazione collettiva dei salariati?

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FIR e PCL separano le proprie strade

Prendiamo atto delle scelte della frazione e consideriamo pertanto fuori dal partito i compagni della FIR

L’8 Aprile si è riunito il Comitato Centrale del partito che dopo un approfondito dibattito ha approvato, con maggioranza superiore alla metà dei componenti e ai 3/4 dei presenti ( secondo quando previsto dallo Statuto), il seguente dispositivo con 17 favorevoli, 3 contrari, 2 astenuti:

Il CC del PCL del 8 e 9 aprile 2017 prende atto del documento costitutivo della FIR (Bilancio del IV congresso) e dell’agenda politica immediata che ne è parte integrante. Tale documento costitutivo profila un’attività politica indipendente esterna all’organizzazione, come evidente dal complesso dei punti dell’agenda politica che propone di darsi immediatamente strumenti di azione pubblica di organizzazione collettiva, con un proprio indipendente intervento nelle avanguardie politiche e di classe, sul piano nazionale ed internazionale. Ciò a partire dalla definizione del PCL come un partito con un “profilo politico pienamente centrista che cancella tutto il patrimonio del marxismo”, in contrasto con l’OdG votato unanimemente, compresi i rappresentanti della FIR, dal CC del 28/1/17 che affermava l’impegno unitario del partito “contro ogni forma di intolleranza verso il dissenso interno e i suoi diritti democratici, così come contro ogni forma di frazionismo pubblico o di negazione del comune carattere marxista rivoluzionario del partito”. Inoltre, l’attività dei sottoscrittori e dei dirigenti della FIR successiva alla pubblicazione del documento della frazione e degli altri testi collegati, conferma pienamente questo profilo pubblico: da una parte il tentativo di pubblicazione del proprio testo isolato sul sito (in maniera difforme dalle decisioni a larga maggioranza della segreteria politica), dall’altra la spedizione del proprio singolo documento a esponenti di altre forze politiche e sindacali, nazionali ed internazionali, rende politicamente evidente questa intenzione. L’articolo 4.5 dello Statuto del PCL riporta che “Per frazione si intende un gruppo di iscritti/e che, considerando di essere in dissenso con il resto dell’organizzazione (maggioranza o minoranza che siano), su elementi centrali di strategia o di programma generale, decidono di coordinarsi strettamente per sviluppare la propria battaglia politica interna su tali questioni, costituendosi direttamente in frazione. La frazione si distingue dalla tendenza per il rilievo del dissenso e per la maggior strutturazione organizzativa, che comporta di norma la costituzione di organismi di direzione della frazione e, eventualmente, l’instaurazione di una disciplina di voto. Non è comunque consentita un’attività politica indipendente esterna all’organizzazione (frazione pubblica). L’adesione ad una frazione è esclusivamente individuale”. Il CC fa appello quindi a tutti i sottoscrittori e partecipanti alla FIR a fare un passo indietro, mantenendo le proprie convinzioni e la propria battaglia politica nei confini statutari del nostro partito, rimuovendo esplicitamente e pubblicamente l’agenda politica immediata proposta nel testo ed ogni comportamento da frazione pubblica.
Il CC, infine, a norma dell’articolo 13 (ed in particolare del comma 13.3) decide di procedere all’espulsione dei compagni e delle compagne della FIR, qualora la frazione dovesse confermare nei comportamenti l’impianto di azione politica indipendente esterna dal PCL previsto nella sua agenda politica immediata (ad eccezione di coloro che formalmente e di fatto si differenziassero da tale profilo pubblico), dando mandato per l’applicazione di questo dispositivo negli specifici casi alla Segreteria politica.

Successivamente alla conclusione del Comitato Centrale, dove gli esponenti della FIR hanno partecipato a tutti i lavori, astenendosi sulla risoluzione politica, i compagni e le compagne della frazione nel CC e diversi militanti di Napoli, Roma ed Emilia Romagna ci hanno comunicato che si dimettono seduta stante dagli organismi dirigenti ed escono dal partito, in quanto “non intendono fare nessun passo indietro” all’interno dei confini statutari del PCL, “rifiutandosi di rimuovere” l’agenda politica immediata della FIR che profila un loro intervento politico indipendente. Per questo escono dal partito “impegnandosi senz’altro a verificare nella battaglia politica quotidiana, nelle lotte degli sfruttati e degli oppressi, la validità delle loro posizioni”

Per approfondire: Dopo il IV Congresso prosegue il confronto nel PCL